Il perturbante

Il perturbante – Testo critico per la personale di Luca Lischetti

Il perturbante – Testo critico per la personale di Luca Lischetti

di Camilla Trussardi

«Sembra che noi tutti, nella nostra evoluzione individuale, abbiamo attraversato una fase corrispondente a questo animismo dei primitivi, che questa fase non sia stata superata da nessuno di noi senza lasciarsi dietro residui e tracce ancora suscettibili di manifestazione, e che tutto ciò che oggi ci appare “perturbante” risponda a questa condizione: di toccare tali residui di attività psichica animistica e di spingerli a manifestarsi»1.

V’è un tempo in cui l’essere umano dà significato al mondo circostante muovendo i propri passi lungo il flebile confine tra fantasia e reale, in una ricerca di senso dell’alterità che permetta di fuggire la paura dell’incerto: è il tempo dell’infanzia.

Nell’elaborazione teorica piagetiana, l’animismo si colloca in una fase dello sviluppo stadiale antecedente alla formazione del pensiero logico-razionale e va manifestando la propria intrinsecità nell’attribuzione di vita e coscienza agli elementi, ancorché inanimati, del mondo naturale.

Nel pensiero animistico proprio dei primitivi o dei bambini «un albero, una roccia, un ruscello vengono pensati come esseri volitivi»2: il processo di strutturazione dell’Io passa inevitabilmente attraverso una fase esplorativa del significato della realtà, che diviene dominabile solo vivendo di partecipazione mistica3 con gli oggetti e le cose, concepiti come dotati d’intenzionalità e di un’anima propria.

E volendo financo spingersi sino a formulare un giudizio di valore, la raffinatezza dei metodi di elaborazione della realtà sensoriale istintivamente implementati in età infantile come modo di adattamento a situazioni e contesti ancora sottratti alla conoscenza e piena comprensione cognitiva, soffonde un’ineffabile fascinazione: è il pensiero magico.

Là dove esso incede, il principio di realtà arretra: la potenza dell’illusione infantile di aver l’immaginazione come infallibile strumento di controllo degli eventi dispiega un primario effetto di contenimento delle paure primordiali.

È nell’assottigliarsi dello spazio liminale tra la realtà e la produzione immaginativa scaturente da un processo di astrazione e simbolizzazione della realtà stessa che divampa l’effetto perturbante freudianamente inteso. E «non c’è dubbio che esso appartiene alla sfera dello spaventoso, di ciò che ingenera angoscia e orrore, ed è altrettanto certo che questo termine non viene sempre usato in un senso nettamente definibile, tanto che quasi sempre coincide con ciò che è genericamente angoscioso»4.

È qui che il pensiero magico assume rilievo: nella significazione e, segnatamente, nella familiarizzazione di ciò che, in quanto ignoto, può destare perturbamento.

In altri termini, volendo accogliere il lessico dello psichiatra tedesco Ernst Jentsch, come del resto lo stesso Freud non manca di rammentare, «la condizione essenziale perché abbia luogo il sentimento perturbante»5 è l’incertezza intellettuale, ovvero «il dubbio che un essere apparentemente animato sia vivo davvero e, viceversa, il dubbio che un oggetto privo di vita non sia per caso animato»6: è la poetica di Luca Lischetti.

E se a tal punto il lettore avrà a domandarsi la genesi delle riflessioni che precedono, potrà ora placare i propri moti interrogativi addentrandosi nei ricordi biografici dell’autore: la narrazione volge al tempo dei suoi primi anni di vita, quando il pensiero animistico è il solo riparo dall’antagonismo dell’incerto.

Ricorda, Luca Lischetti, come uno degli episodi più significativi e al contempo perturbanti che abbia esperito debba farsi risalire alla sua infanzia, quand’era solito frequentare assiduamente l’abitazione di un amico: ancor scolpito nella sua memoria è un lungo corridoio buio, a lato del quale una tenda dischiusa svelava il profilo di sedie rovesciate, ruote di bicicletta, manichini e giocattoli, accatastati in un tumulo caotico e smossi da un sottile alito di vento.

Un’immagine che gettò il sedimento creativo per quella che, negli anni a venire, diverrà una trasposizione codificata del suo perturbamento: nascono i Teatrini, che attraggono l’osservatore nella spaesante e confusionaria dimensione del retroscena, quale reminiscenza d’un angoscia infantile.

Del resto, sempre seguitando il pensiero freudiano, il terreno animistico dell’onnipotenza dei pensieri si mantiene fertile ormai solo in un ambito, quello dell’arte: «solo nell’arte succede ancora che un uomo consumato da desideri riesca a fare qualcosa di affine alla loro soddisfazione, e che il gioco, grazie all’illusione artistica, abbia il potere di evocare le stesse reazioni affettive della realtà. Si parla a ragione di magia dell’arte e si paragona l’artista a un mago. Ma forse il paragone è più significativo di quanto aspiri ad essere»7. A riemergere è l’idea dell’immaginazione umana come capace di intervenire sulla realtà oggettuale: in questo senso l’esperienza artistica rappresenta il veicolo attraverso il quale incanalare il flusso emozionale, acquisendone il controllo. E, per usare le parole dello psicanalista Franco Fornari, tale processo si porrebbe proprio «a metà strada tra il principio del piacere», di cui l’arte si fa espressione, «e il principio della realtà», giacché «l’esame di realtà non è negato, ma semplicemente lasciato sospeso».

Si diceva, poc’anzi, che l’onnipotenza del pensiero costituisce un fattore suscettibile d’innescare il sentimento perturbante.

Se Jentsch ricorda L’uomo della sabbia di E.T.A. Hoffmann come racconto paradigmatico rispetto all’effetto perturbante che è in grado di provocare, tale manovra psicologica è realizzata nell’arte, con non meno successo, da Luca Lischetti.

«L’uomo della sabbia mi aveva messo sulla via del meraviglioso, dell’avventuroso, che di per sé si annida con tanta facilità in ogni animo infantile. Non mi piaceva leggere o ascoltare che le storie di streghe, coboldi, nani, eccetera, ma sopra a tutte quante stava ancor sempre l’uomo della sabbia, che io nelle forme più stravaganti e ripugnanti disegnavo dappertutto, su tavoli, armadi, pareti, con il gesso o con il carbone»: l’uomo della sabbia «è un uomo cattivo che viene dai bambini quando non vogliono andare a letto e getta loro negli occhi manciate di sabbia, tanto che gli occhi sanguinanti balzano fuori dalla testa. Allora li getta nel sacco e li porta nella mezzaluna e li dà da beccare ai suoi piccoli, che stanno nel nido e hanno il becco ricurvo come le civette, col quale squarciano gli occhi dei bambini cattivi»8.

È lungo la medesima direttrice che va estrinsecandosi l’approccio lischettiano, muovendo da un’irrefrenabile pulsione di trascendere il pensiero razionale, sì da accrescere il perturbante oltre il limite possibile nell’esistenza reale e stimolare nell’osservatore quella primitiva condizione «di toccare tali residui di attività psichica animistica e di spingerli a manifestarsi».

18 maggio 2024

1 S. Freud, Das Unheimliche, trad. it. di S. Daniele, Il Perturbante, in Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, Bollati Boringhieri, 1991, p. 293.
2 T. Lipps, Fonti della conoscenza. Empatia, Quodlibet, 2002.
3 L. Levy-Bruhl, La mentalité primitive, trad. it. di C. Cignetti, La mentalità primitiva, Einaudi Editore, 1975.
4 S. Freud, Das Unheimliche, trad. it. di S. Daniele, Il Perturbante, in Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, Bollati Boringhieri, 1991, p. 269.
5 Ibidem, p. 271.
6 Ibidem, p. 277.
7 S. Freud, Totem e tabù: concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici, in Animismo, magia e onnipotenza dei pensieri (1912-1913), trad. it. di E. Weiss, Laterza, 1930.
8 E. T. A. Hoffmann, Der Sandmann, trad. it. di E. Pocar, L’uomo della sabbia e altri racconti, Rizzoli, Milano, 1950.
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