Il pittore e la fantasia
Il pittore e la fantasia1. – Testo critico per la personale di Gianfranco Asveri
di Camilla Trussardi
«E se il mortale nelle angosce ammuta, di cantar com’io soffro un dio mi dona!».
Profuse da Torquato Tasso a epilogo dell’omonima tragedia goethiana, le parole, qui evocate a memoria del lettore, faranno da cornice alle riflessioni su quel regno psichico della fantasia che Freud identifica quale sede della creatività artistica: un rifugio simile a un «convento nel quale solevano ritirarsi tutte le persone che la vita aveva deluso o che si sentivano troppo deboli per affrontarla»2.
Ripercorrendo, dunque, i versi citati, Freud rammenta che «vi è una specie di uomini, ai quali non un dio, ma una dea severa – la Necessità – ha imposto di comunicare il loro cordoglio e ciò di cui vanno lieti»3: se l’uomo comune si tace dinanzi a emozioni sopraffacenti e di pena e di gioia che lo pervadono, l’artista, per contro, è sospinto da un impeto, «per forza de la necessitate»4, di esternazione dei propri moti dell’anima nella forma che meglio gli si acconcia.
Così il poeta per Freud canta i propri versi abbandonandosi alla fantasia, che altro non è che «un appagamento di desiderio, una correzione della realtà che lascia insoddisfatti»5 giacché quest’ultima impone imperativi di adattamento alla società, là dove la fantasia vuole porsi come una lieve narcosi rispetto agli affanni della vita; così` il pittore colora emotivamente la realtà attraverso la creazione di immagini: rifuggendo un adattamento passivo ai limiti dell’esistente, si crea l’irreale, poiché la fantasia «è libera di pensare a qualunque cosa, anche la più assurda, incredibile o impossibile»6. E v’è chi della fantasia fa la sua fida compagna7, tanto da valergli, di questa, l’epiteto di Maestro: Gianfranco Asveri invita l’osservatore a sospendere il pensiero razionale per fare ritorno a quella fase dell’infanzia in cui la rappresentazione è scevra di quei condizionamenti che si vanno acquisendo nell’età adulta.
Irrompendo sulla scena contemporanea con una poetica che rende degno omaggio all’Art brut di Dubuffet, egli fa fiera mostranza del proprio stile pittorico fortemente istintuale e puerile, in un’epoca ove l’uomo «si vergogna delle sue fantasie, come di cose fanciullesche e illecite»8.
Come Freud non manca di rammentare, «l’attività fantastica dell’uomo si può osservare meno agevolmente del giuoco dei bambini. Il bambino giuoca talora anche da solo o ai fini del giuoco costituisce con altri bambini un sistema psichico chiuso, ma anche quando non giuoca di fronte agli adulti non nasconde loro il suo giuoco. L’adulto invece si vergogna delle sue fantasie e le nasconde agli altri, coltivandole entro di sé come cose assolutamente private e intime: in genere preferisce confessare le proprie colpe piuttosto che comunicare le proprie fantasie».
La dimensione del gioco è accolta da Asveri come la sola a permettere il contatto con la produzione immaginaria, offrendo un luogo privilegiato in cui possono manifestarsi le proprie fantasie inconsce: dicono ch’egli trovi nell’arte la motivazione per esplorare quel ricordo dell’infanzia che riposa nell’angolo più remoto e nostalgico dell’inconscio e che sembri voler «celare una magia che sta per esplodere e che si manifesterà come liberazione incontenibile di creatività, di ritrovata innocenza e di condivisibile stupore»9.
Del resto, la fantasia attinge alle frange di conoscenza che si situano in quello spazio transizionale tra realtà e sogno: per meglio comprendere il portato di tale sintesi freudiana, può provare, il lettore, a immaginare la fantasia come ondeggiante fra tre momenti temporali; l’elaborazione mentale scaturisce da un’impressione offerta dal presente, suscettibile di ridestare un desiderio nel soggetto e la volontà di un suo appagamento; vi si collega, in genere, la memoria di un ricordo infantile passato: tempo in cui quel desiderio veniva esaudito; così, a crearsi è una tensione verso il futuro compimento del desiderio stesso, tramite la realizzazione dell’opera artistica. In altri termini, le fantasie «indicano il passato, quello che è dietro, ma anche quello che è avanti a noi nel futuro e sono il concretizzarsi in una situazione storica precisa, in un certo individuo, in un certo momento, di uno stato psicologico che, se è legato al passato, ha anche in sé i germi del futuro»10.
Gianfranco Asveri si muove proprio entro quello spazio liminale sospeso tra reale e onirico, servendosi, come si diceva, del gioco che, volendo evocare le riflessioni di Winnicott, s’atteggia a ponte tra il mondo interno e il mondo esterno, permettendo al bambino – e all’adulto che non si vergogna delle sue fantasie, come di cose fanciullesche e illecite! – di navigare tra la realtà psichica personale e l’esperienza oggettiva: ma l’importanza del gioco non si esaurisce sul versante solipsistico dell’appagamento del desiderio, in quanto può cogliersi, altresì, nel contributo che fornisce alla definizione del sistema relazionale che ogni essere umano instaura con tutto ciò che è “altro da sé”.
Lungo tale direttrice si snoda il concetto stesso di creatività, favorita dalla capacità di «udire la vocina del bimbo interiore» che «vede tutto con maraviglia, tutto come per la prima volta», giacché «qualunque tenue cosa può a quelli occhi parere grandissima»11.
16 agosto 2024
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